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Francesco Giappichini


Ultima moda: puntare sul Brasile

Colloquio con Giovanni Caporaso, esperto in espatri commerciali e autore della Guida per investire in Brasile`

Edizione: n.8 Settembre 2006

arà per via dell’attuale situazione economica, che é eufemistico definire “altalenante”. Oppure per il ridursi del potere d’acquisto degli stipendi. O forse per gli altissimi prezzi degli immobili. O ancora per gli insignificanti interessi applicati sui depositi bancari. Fatto sta che oggi é sempre meno allettante investire nei cosiddetti «beni rifugio». Così gli italiani sono sempre più propensi, prima di intraprendere nuove iniziative economiche, a guardarsi intorno e a scegliere mete sempre più lontane e convenienti. In fondo siamo o no un Paese di «santi, poeti e navigatori»? E allora, se si vuole fare rotta oltreoceano, una tra le mete più gettonate é proprio il Brasile, che ultimamente é diventato à la page, oltre che per le sue attrattive turistiche, anche per fare buoni affari.

Ne abbiamo parlato con l’esperto in investimenti all’estero e giornalista Giovanni Caporaso, autore della “Guida per investire in Brasile”, edita dalla casa editrice Expats Ebooks per il portale Offshore World www.offshoreworld.org. Dopo aver lavorato per Panorama, Rai, L’espresso, Avvenimenti, Agencia Efe, Interviú, Destino e altre testate spagnole, olandesi, svedesi e sudafricane, Caporaso ha deciso di lasciare l’Italia - é da quasi dieci anni che non vi fa ritorno - e di dedicarsi alla consulenza legale. Attualmente é segretario generale dell’Associazione investitori stranieri della Repubblica dominicana (Aire), gestisce lo studio legale panamense OPM Corporation www.paradisifiscali.org , ed é editore di Expats Ebooks, casa editrice che pubblica, in varie lingue, libri elettronici di espatriati per espatriati. «Con l`arrivo dell`euro», esordisce Caporaso, «il potere d’acquisto per italiani ed europei in genere, si è quasi dimezzato. Con trentamila euro compri una bella auto, con centomila un posto auto, e poi? Quali “beni rifugio” puoi comprare in Italia con un piccolo capitale?». 

Secondo l`esperto di investimenti, se si hanno trentamila euro da investire, in un paese in via di sviluppo, come il Brasile, si riesce ad aprire un piccolo bar o a comprare una casa. Ma la spinta principale ad andarsene nasce dalle scarse possibilità di crescita economica che si hanno in Europa a livello di piccoli capitali. «Pensiamo al professionista stanco, al pensionato che non riesce ad arrivare a fine mese, alla coppia “spallata”, e chi più ne ha più ne metta», esemplifica Caporaso: «tutti cercano un posto al sole. Se poi pensiamo al dilagante terrorismo islamico, alla paranoia della terza guerra mondiale, vediamo bene che di persone che hanno un motivo per scegliere mete lontane ve ne sono, e molte».

Giovanni Caporaso

Insomma, le motivazioni per fare il grande passo ed andare a vivere all’estero, lasciando la ”mamma”, sacra per gli italiani, e spesso moglie o marito e bambini, sono numerose. Le più svariate. Sotto un profilo emotivo ciò che spinge a questo passo é soprattutto la voglia d’avventura, di sfuggire alla monotonia quotidiana e d’esplorare le nostre fantasie, diventando cittadini del mondo. «C’è però da dire», precisa Caporaso, «che un grande freno è rappresentato dalla nostra cultura. Gli italiani sono grandi viaggiatori, ma hanno difficoltà a stabilirsi in altri posti; è facile sentir dire all`espatriato italiano: “al mio paese è un’altra cosa ...”. Staccarci da tutto ciò che è “made in Italy” è ben più difficile di quanto si pensi. Io stesso, che mi ritengo un estremista, visto che non torno in Italia da quasi dieci anni, non potrei vivere senza la pasta italiana, i pelati, e altro. In genere su quattro italiani che tentano l’espatrio tre tornano indietro».

A prescindere dall’esito, reputa facile fare il primo passo? 

«Da un certo punto di vista direi di sì: basta fare la valigia, mettere in tasca la carta di credito, un po’ di soldi, il passaporto; e via. A seconda del paese le cose possono essere facili o difficili. La realtà però non é sempre così rosea».

Perché il Brasile, ultimamente, é diventato di moda, tra i nostri connazionali, anche per avviare iniziative imprenditoriali?

«E` un paese grande che offre una diversità di paesaggi, fauna, flora, climi e microeconomie per tutti i gusti. Il costo della vita è ancora molto basso. Ci sono poi la musica e il calore delle persone. Questo fa del Brasile un posto dove si desidera vivere. C’é poi l’apparente facilità con cui aprire un’attività. Insomma il Brasile è come la caipirinha: un cocktail che in grandi dosi fa perdere la testa».

La copertina della "Guida per investire in Brasile", di Giovanni Caporaso

Quali sono problemi e inconvenienti più usuali che deve affrontare chi intraprende questa sfida? Quali i rischi e le difficoltà da superare? Possiamo imparare qualcosa dalla storia? Esiste ancora il razzismo verso gli italiani che espatriano? Quali sono i nostri diritti e a chi rivolgerci?

«Andiamo con ordine: il grande problema è la faciloneria e la mancanza d’informazione. Noi italiani siamo grandi sponsor del “fai da te” e così spesso chi faceva il muratore in Italia si improvvisa ristoratore, l’avvocato diventa gestore di una pensione sul mare, il dottore apre un piccolo bar per turisti. Nulla di più sbagliato. L’espatrio va pianificato, almeno in gran parte. Gli statunitensi, meno creativi di noi, per abitudine pianificano tutto, fino al più piccolo dettaglio, ma alla fine si trovano meglio. La pianificazione economica è essenziale. Se avete trentamila euro, dovreste lasciarne diecimila a casa per ogni evenienza. Diecimila li investite, e i restanti diecimila serviranno per avviare l’attività. Il “fai da te” porta a prendere molte fregature. Poi, nei paesi in via di sviluppo, esiste una burocrazia che è un vero e proprio costo. Ci sono le leggi scritte, i regolamenti e le interpretazioni. Ciò che può sembrare facile può diventare un vero e proprio incubo. Io consiglio tre cose: pianificazione, pianificazione, pianificazione. In genere poi c’è sempre una certa diffidenza verso l’espatriato. La domandina piena di doppi sensi fatta un po’ da tutti é: “Ma perché te ne sei andato dall’Italia?”».

Però non bisogna generalizzare: nel sud del Brasile, per esempio, certi inconvenienti piuttosto frequenti nel Nordeste non si verificano. Non é cosí?

«É vero, ma perché mai trasferirsi in una copia, pur “brasilianizzata”, dell`Europa? Il problema è che la maggior parte degli investitori non cerca soltanto un’attività economica: cerca in generale un posto al sole, qualcosa davanti al mare o nelle zone turistiche. Questo però è come mettersi nella bocca del lupo. La maggior parte dei locali notturni e dei ristoranti in zona turistica paga la protezione dell’una o dell’altra autorità; e davanti al mare in teoria non c`è nulla di permesso». 

Detta così sembra che lei voglia scoraggiare il grande passo verso il Brasile.

«Non è così. Voglio soltanto chiarire che qui, forse più che altrove, è necessaria la pianificazione. Il mio consiglio è quindi di ricercare su Internet, su siti specializzati, forum, liste di discussione, anche se purtroppo su questi strumenti vi sono molti perditempo o persone che parlando per sentito dire si sentono degli esperti. In ogni caso ascoltare varie opinioni non fa mai male. Non solo in Brasile, ma un po’ ovunque, gli espatriati hanno problemi d’inserimento. Per questo la mia societá, la “OffshoreWorld.org”, giá presente in Brasile, ha fondato una casa editrice specializzata, la “ExpatsEbooks.com”, che pubblica, in varie lingue, guide e libri elettronici, scritti da espatriati per espatriati. Il vantaggio degli e-book è che si possono aggiornare continuamente. Quindi il lettore, a differenza dei libri su carta, ha una visione sempre attualizzata. Chiunque sappia scrivere bene e in forma chiara può scrivere e-book per noi. Nelle nostre guide si trovano i dati ufficiali del paese, corretti e rivisti dalle esperienze personali. Il costo medio dei libri elettronici è di ventuno euro, un prezzo più che ragionevole, date le ricerche fatte per ogni titolo».  

Quali sono i vantaggi che offre il più grande paese sudamericano a chi vuol mollare tutto ed iniziare - lontano da casa - una nuova attività economica?

«Clima, economia stabile, protezione degli investimenti stranieri, una lingua facile da imparare e una cultura simile alla nostra».

La sua guida dedica grande spazio ai cosiddetti “falsi miti”.

«A tutti noi è capitato almeno una volta di vedere documentari sulle città brasiliane ove è messo in luce solo il numero di rapine e d’aggressioni, si dà risalto alle famose “favelas” e si diffondono “falsi miti”, definendo il Brasile uno dei paesi tra i più pericolosi, poveri e sporchi al mondo; e anche quando si descrivono le ciclopiche feste organizzate per il Carnevale, dopo alcuni secondi di immagini colorate e festose si passa a raccontare il bollettino di guerra delle morti. Il problema principale è che non spiegano il perché di queste morti e non le confrontano con una giornata normale in una grande città come, ad esempio, Roma; dove é normale che ci siano diverse decine di morti al giorno. In una città come Salvador de Bahia, in un Carnevale con quattro milioni di persone che festeggiano per sette giorni e sette notti, quattro vittime, peraltro tutte brasiliane, non rientrano nella media delle morti d’una grande città? Il Brasile sta facendo grandi sforzi per migliorare la propria immagine internazionale. Il governo è sotto pressione per gli squadroni della morte, ossia i poliziotti che uccidono i presunti criminali».  

In definitiva a chi consiglierebbe d’intraprendere questa avventura che non pare delle più semplici? Quanto consiglia di investire? Con quanto denaro si può vivere, o sopravvivere, in Brasile?

«Consiglierei di fare le valigie ai pensionati e a tutti coloro che hanno un capitale di almeno centomila euro (la legge ne richiede circa quarantamila per ottenere la residenza). Con pochi soldi il rischio di perdere tutto è enorme. Ovviamente dipende dalle capacità personali e da come si voglia vivere. Se siete disposti a vivere in una “favela” e a mangiare riso e fagioli ve la caverete benissimo; se invece volete avere un’auto, una casa decente e cibo all’italiana, allora la vita non è poi così a buon mercato. L’auto è considerata un bene di lusso e la benzina costa come in Italia; un po’ meno, a dire il vero, ma ha una resa inferiore del quaranta per cento, quindi alla fine... Poi c’é il capitolo delle multe: passare col semaforo rosso, tanto per fare un esempio, può costare mezzo “salário mínimo”. In conclusione le persone a cui consiglio di più il Brasile sono i pensionati o coloro che possono vivere di rendita. Qui con mille euro al mese si vive benino e con questi soldi ci si possono permettere cose che in Italia non si potrebbero fare. Inoltre i visti di permanenza per pensionati sono facili da ottenere».

Quali sono i settori su cui puntare, perché in ascesa o magari perché meno rischiosi?

«Forse sono un po’ estremista, ma secondo me il Brasile è un paradiso soltanto per vivere di rendita o fare investimenti immobiliari. Per lavorare qui serve capacità professionale e una buona dose di pazienza e di pelo sullo stomaco. Gli investimenti immobiliari li dividerei in tre categorie. A breve termine, diciamo un anno, vanno bene gli investimenti in città, come immobili da ristrutturare o acquistati in prevendita (sulla carta). Qualsiasi capitale, in questo caso, è interessante. A medio termine, sui due o tre anni, penserei a una pousada, cioè una pensione, a terreni “vista mare”, o a lottizzazioni nel Nordeste. A lungo termine, vale a dire tra i cinque e i dieci anni, punterei su immobili in aree remote: in generale ad oltre cento chilometri da un aeroporto internazionale o nella regione amazzonica».

Come si ottiene il cosiddetto “permesso di residenza”? Quali sono i meccanismi per il suo rilascio?

«Questo é il tema più scottante per chi desidera investire o semplicemente risiedere in Brasile. Il fatto di avere proprietà o quote di società brasiliane non dà diritto alla residenza. Non é permesso permanere come turista più di 180 giorni, durante i dodici mesi che decorrono dalla prima entrata. Ciò significa che se siete rimasti in Brasile da giugno a dicembre, dovrete aspettare giugno dell’anno successivo per rientrare. Alcuni trucchetti, tipo cambiare il passaporto, funzionano se si entra da frontiere terrestri, ma possono creare problemi se successivamente si pensa di richiedere il permesso di residenza. Inoltre, analizzate bene il fattore residenza a livello fiscale, in quanto in teoria si é tassati anche sui guadagni provenienti dall’estero, a meno che non sia possibile applicare i trattati sulla doppia imposizione».  

La normativa per la concessione del visto come imprenditore é stata di recente
modificata. Adesso un investimento di cinquantamila dollari può consentire di soggiornare in Brasile per molto tempo. Giudica ciò una buona notizia per gli aspiranti investitori?

«Certamente la risoluzione 60 dell’ottobre 2004 ha modificato radicalmente la legislazione sul rilascio del visto come investitore straniero: adesso é appunto sufficiente un investimento iniziale di cinquantamila dollari, da impiegare per la costituzione d’una nuova azienda o per la capitalizzazione di una già esistente». 

A certe condizioni possono andare bene anche investimenti meno consistenti...

«Sì, è possibile ottenere il visto anche con investimenti inferiori alla somma citata: lo straniero deve però presentare un progetto per la creazione di almeno dieci posti di lavoro in cinque anni. Vale la pena sottolineare che gli investimenti inferiori a cinquantamila dollari non sono regolati dalla legge ordinaria: per cui se non avete un buon avvocato potete scordarvi l’agognato visto. Meglio, nel caso, farsi prestare i soldi per integrare i cinquantamila, e poi rispedirli al mittente, in sordina, una volta ottenuto il visto, dopo circa tre mesi di attesa burocratica».  

Esistono comunque anche altre modalità per poter soggiornare a lungo e legalmente in Brasile. Pensiamo al ricongiungimento familiare - quindi all’esistenza di figli brasiliani - e al matrimonio.

«Esistono oltre quaranta tipi di visti di permanenza differenti, anche se pochi avvocati lo sanno. Tra questi ve ne sono alcuni di tipo amministrativo, ovvero a discrezione del funzionario, ad esempio quello per “convivenza”, che può riguardare anche persone dello stesso sesso. Anche qui un buon avvocato è necessario. Voglio sottolineare l’esistenza degli oltre quaranta tipi di visti perché incontro spesso persone che mi dicono: “mi sposo per prendere il visto”».

É il fenomeno, non proprio marginale, dei matrimoni fittizi o simulati, quelli volti esclusivamente all’ottenimento del permesso di residenza.

«Questa é la più grande stupidaggine che si possa fare. Darete dei soldi ad una ragazza, non riuscirete ad ottenere il visto perché la Polizia federale vi tormenterà - lo fa anche se il matrimonio non é fittizio - e poi dovrete pagare per l`annullamento o il divorzio».

Tuttavia c’é anche chi s’innamora realmente... 

«Certo. Se siete innamorati per davvero vi consiglio assolutamente, per garantire i vostri beni, di stipulare un valido contratto prematrimoniale; non quelli standard del “cartorio”, ossia lo studio notarile brasiliano. Se possibile, presentate la richiesta del visto in Italia, ci vorranno tre mesi contro i possibili tre anni del Brasile».

Per dare il via a un’attività economica in Brasile é necessario essere residenti?

«No, non è necessario: basterà presentare la copia del passaporto tradotta da un traduttore giurato e il cpf (“cadastro de pessoas físicas”, qualcosa di analogo al codice fiscale brasiliano). Per iniziare un’attività é necessario costituire una ditta; questa può essere “individual”, “limitada”, quella che in certi casi può optare per la dichiarazione “simple” e pagare un cinque per cento sulle entrate, oppure può trattarsi d’una “sociedade anônima”. Quest’ultima non ha nulla di anonimo, ma é una vera e propria spa. Pensateci bene prima d’aprire una piccola azienda: secondo il Sebrae, l’entità che dà assistenza alle piccole imprese, bisogna adempiere a 55 obblighi per entrare in funzione, 41 per funzionare normalmente e undici per chiudere. E sono questi ultimi i più “rognosi”». 

Come fanno i brasiliani a difendersi dalla burocrazia? Sono tutti costretti a vivere gomito a gomito con avvocati e commercialisti? Si dice che il Brasile sia il Paese del “jeitinho”, ossia l’idea che la legge vada “dribblata”, anziché rispettata o sfidata.

«Effettivamente molti ricorrono al “jetinho”, che possiamo tradurre come “soluzione alla napoletana”, ma senza offesa per i napoletani che in questo sono bravissimi. Quindi prima di buttarvi sull’apertura del ristorantino, cyber café, e altro, informatevi bene, da un commercialista, su quali siano le migliori opzioni. C’é da dire che il governo é cosciente di tutto questo e giacciono in parlamento vari progetti di legge al riguardo. La ditta “individual” é molto pericolosa perché il patrimonio personale di ognuno risponde per eventuali debiti dell’attività; cosa che non succede nella “limitada”, ove la responsabilità d’ogni socio é appunto limitata alla sua quota azionaria. Quando si costituisce una società, va fatta attenzione al contratto sociale, che in genere tende a favorire il socio brasiliano. Una cosa che non vi verrà mai detta in consolato o dalle autorità locali è che, per operare in Brasile, é possibile usare una società estera (anche offshore, per garantire l’anonimità dei soci). Potrá impiegarsi un ufficio di rappresentanza in caso di operazioni d’investimento, oppure una succursale, in caso di attività commerciale diretta al pubblico. L’uso di una società estera vi permetterà, se desiderato, di non apparire e di gestirla più facilmente, specie in caso di chiusura o vendita. È importante precisare che l’uso della società estera non è volto ad evadere le tasse, che dovranno essere versate allo stesso modo».

Come definirebbe la tassazione in Brasile? Secondo lei in Brasile si pagano troppe tasse, come molti sono convinti avvenga in Italia?

«Il Brasile è un po’ come l`Italia di trenta anni fa: molte leggi e nessuno che le applica. Come ho detto prima però il Paese sta recentemente tentando di “rifarsi la faccia”, e ora chi non paga le tasse comincia a cadere nelle reti della “finanza” locale. Gli stranieri sono tra i primi, ma tutto dipende dall`attività svolta. Il problema però è che un dieci per cento della popolazione che paga le tasse deve sostenere l`altro novanta per cento che vive di sussidi o di lavoro nero». 

Ci sembra di leggere, tra le righe, una forte critica alla politica sociale dell’attuale amministrazione Lula. 

«La politica populista del presidente Lula porterà lo Stato ad una grande crisi o a una fuga di capitali. Se il governo non inizia a fare una campagna sul controllo delle nascite (e ne dubito perché è impopolare), il Paese non riuscirà mai a crescere». 

Quasi tutti gli indicatori macroeconomici però descrivono un’economia in crescita e una solidità finanziaria a cui mai, da queste parti, si era assistito.  

«La forte crescita del Brasile si è concretizzata, negli ultimi mesi, solo grazie a un contesto internazionale favorevole, caratterizzato sia dalle elevate quotazioni dei prezzi dei prodotti agricoli di base, sia dalla crescente domanda di acciaio, di cui il paese è forte esportatore. Il buon momento economico e i commenti positivi degli organismi internazionali hanno favorito un significativo rafforzamento del real su dollaro ed euro; in entrambi i casi superiore al venti per cento. Il citato apprezzamento della valuta nazionale e la politica di alti tassi d’interesse hanno però fortemente preoccupato gli ambienti imprenditoriali. Che business permette di pagare il trenta per cento all`anno di interessi? Gli effetti del real iperquotato si sono già manifestati, sull’economia brasiliana, nel primo semestre di quest’anno, con un rallentamento della crescita; ma il quadro economico generale rimane tuttavia positivo. Non bisogna però farsi ingannare dalle statistiche: infatti la crescita è dovuta al migliore sfruttamento delle risorse naturali e minerali. Il Brasile ha raggiunto l’autosufficienza a livello di combustibili, ma visto che la benzina costa come in Italia, a chi serve tutto ciò se non al governo che ne intasca le imposte?».

Torniamo al sistema impositivo brasiliano. Si sente dire che il fisco locale tassa anche i redditi percepiti all’estero. É vero?

«Sì, il sistema di tassazione locale è a base “mondialmente diffusa”, ovvero se siete residenti in Brasile e avete un reddito all’estero sarete tassati anche su quello. L’aliquota dell’imposta sul reddito delle persone giuridiche, sul profitto reale, é del quindici per cento. Sulla parte degli utili che supera i 67mila euro annui, o i 17mila per trimestre, è applicata un’aliquota addizionale del dieci per cento. Le persone giuridiche sono inoltre assoggettate a una imposta municipale sul reddito, le cui aliquote variano considerevolmente da un comune all’altro. Le piccole imprese possono optare per la tassazione semplificata, nella misura del cinque per cento delle entrate. Le persone fisiche che possiedono un reddito mensile superiore a 297 euro sono soggette ad un’imposta sul reddito progressiva, le cui aliquote variano dal quindici al 27,5 per cento. Ricordiamo poi l’esenzione fino a un certo limite minimo di entrate. L’invio di valori all’estero è inoltre soggetto a una imposta che varia dal quindici al venticinque per cento».

Esiste però un accordo internazionale finalizzato a evitare il fenomeno della doppia imposizione. 

«Sì, per questo motivo, ma soprattutto per prevenire le evasioni fiscali in materia di imposte sul reddito, Italia e Brasile hanno firmato un accordo, entrato in vigore nell’81: questo si applica alle persone fisiche e giuridiche residenti nei due Paesi, qualunque sia il sistema di prelievo. In Brasile la convenzione si applica, in buona sostanza, all’imposta federale sul reddito; é esclusa quindi l’imposta sulle rimesse eccedenti e sulle attività di minore importanza. In Italia si applica alle imposte sui redditi delle persone fisiche e giuridiche ed all’imposta locale sui redditi, ancorché riscosse mediante ritenuta alla fonte. Tuttavia il problema principale non sono le tasse ma le piccole imposte, le multe e gli interessi, che a causa della burocrazia sono ricorrenti». 

Il settore degli investimenti finanziari pare molto allettante, visto che in certi casi l´interesse che si ottiene su base annua sfiora il quindici per cento. Cosa ne pensa?


«Che ho visto molta gente perdere soldi in Brasile o in Repubblica dominicana, per esempio, a causa dell`inflazione. L’economia brasiliana appare stabile, ma io non scommetterei che vi rimanga anche in futuro, ad esempio tra due anni. Il mercato dei cambi è controllato e i rischi sono sempre grandi. Io non lo faccio, ma se dovessi investire in banca non metterei più del dieci per cento del mio capitale».

Per depositare i propri risparmi in una banca brasiliana viene richiesta la prova della “residenza” in loco. Si deve però essere effettivamente residenti in Brasile?

«Ecco un altro dei “grandi miti”: dire che il non residente non può avere un conto in banca. Il problema è che le banche non amano aprire conti agli stranieri e trovano mille difficoltà. No, per legge e avendone i requisiti, anche un turista può aprire un conto bancario in Brasile. Tra l’altro nella guida sono pubblicati i regolamenti che lo permettono. Si può fare in una settimana e bisogna presentare, oltre al codice fiscale brasiliano, ossia il già citato cpf, la cosiddetta “prova di residenza”: questa può consistere in una bolletta di luce, acqua o telefono oppure in un contratto d’affitto registrato. Ovviamente ci vorranno anche la copia e l’originale del passaporto e del formulario d’entrata e uscita. Questi sono i documenti richiesti anche per acquistare una macchina ed intestarsela. Per l’acquisto di immobili o quote azionarie di una società bastano il cpf e il passaporto».

Ricordato che il Brasile non fa parte della “lista nera” dei paradisi fiscali – é stato anzi incluso nella “lista bianca” degli stati con legislazione “idonea” -, come giudica la politica del governo Lula contro il riciclaggio del denaro sporco? É effettivamente così dura come si dice?

«Io la trovo allucinante perché equipara l’investimento di soldi provenienti, ad esempio, da un’evasione fiscale a quelli prodotti dal narcotraffico. Se si volesse appropriarsi dei beni di uno straniero, basterebbe incriminarlo per riciclaggio: i suoi beni sarebbero sequestrati e - prima di potersi giustificare dimostrando la propria innocenza - gli stessi sarebbero così deteriorati che non varrebbero più nulla. Oggi in Brasile, specie se stranieri, si è colpevoli fino a che non si prova d’essere innocenti. Inoltre qualunque giudice autorizza facilmente l’apertura del “segreto bancario”. Penso che il governo Lula abbia perso il senso della realtà e non si renda conto che certe leggi sono facilmente usabili per abusi. Sono convinto che quando si parla di qualcosa si debba dare il giusto peso alle parole: per cui investire soldi sottratti al fisco non può essere riciclaggio»

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