|
arà
per via dell’attuale situazione economica, che é eufemistico definire “altalenante”.
Oppure per il ridursi del potere d’acquisto degli stipendi. O forse per
gli altissimi prezzi degli immobili. O ancora per gli insignificanti
interessi applicati sui depositi bancari. Fatto sta che oggi é sempre
meno allettante investire nei cosiddetti «beni rifugio». Così gli
italiani sono sempre più propensi, prima di intraprendere nuove
iniziative economiche, a guardarsi intorno e a scegliere mete sempre più
lontane e convenienti. In fondo siamo o no un Paese di «santi, poeti e
navigatori»? E allora, se si vuole fare rotta oltreoceano, una tra le
mete più gettonate é proprio il Brasile, che ultimamente é diventato
à la page, oltre che per le sue attrattive turistiche, anche per
fare buoni affari.
|
|
Ne abbiamo parlato con
l’esperto in investimenti all’estero e giornalista Giovanni Caporaso,
autore della “Guida per investire in Brasile”, edita dalla casa editrice
Expats Ebooks per il portale Offshore World
www.offshoreworld.org.
Dopo aver lavorato per Panorama, Rai, L’espresso, Avvenimenti, Agencia
Efe, Interviú, Destino e altre testate spagnole, olandesi, svedesi e
sudafricane, Caporaso ha deciso di lasciare l’Italia - é da quasi dieci
anni che non vi fa ritorno - e di dedicarsi alla consulenza legale.
Attualmente é segretario generale dell’Associazione investitori
stranieri della Repubblica dominicana (Aire), gestisce lo studio legale
panamense OPM Corporation
www.paradisifiscali.org , ed é editore di Expats
Ebooks, casa editrice che pubblica, in varie lingue, libri elettronici
di espatriati per espatriati. «Con l`arrivo dell`euro», esordisce
Caporaso, «il potere d’acquisto per italiani ed europei in genere, si è
quasi dimezzato. Con trentamila euro compri una bella auto, con
centomila un posto auto, e poi? Quali “beni rifugio” puoi comprare in
Italia con un piccolo capitale?».
Secondo l`esperto di
investimenti, se si hanno trentamila euro da investire, in un paese in
via di sviluppo, come il Brasile, si riesce ad aprire un piccolo bar o a
comprare una casa. Ma la spinta principale ad andarsene nasce dalle
scarse possibilità di crescita economica che si hanno in Europa a
livello di piccoli capitali. «Pensiamo al professionista stanco, al
pensionato che non riesce ad arrivare a fine mese, alla coppia “spallata”,
e chi più ne ha più ne metta», esemplifica Caporaso: «tutti cercano un
posto al sole. Se poi pensiamo al dilagante terrorismo islamico, alla
paranoia della terza guerra mondiale, vediamo bene che di persone che
hanno un motivo per scegliere mete lontane ve ne sono, e molte».
|
Giovanni Caporaso |
Insomma, le motivazioni
per fare il grande passo ed andare a vivere all’estero, lasciando la ”mamma”,
sacra per gli italiani, e spesso moglie o marito e bambini, sono
numerose. Le più svariate. Sotto un profilo emotivo ciò che spinge a
questo passo é soprattutto la voglia d’avventura, di sfuggire alla
monotonia quotidiana e d’esplorare le nostre fantasie, diventando
cittadini del mondo. «C’è però da dire», precisa Caporaso, «che un
grande freno è rappresentato dalla nostra cultura. Gli italiani sono
grandi viaggiatori, ma hanno difficoltà a stabilirsi in altri posti; è
facile sentir dire all`espatriato italiano: “al mio paese è un’altra
cosa ...”. Staccarci da tutto ciò che è “made in Italy” è ben più
difficile di quanto si pensi. Io stesso, che mi ritengo un estremista,
visto che non torno in Italia da quasi dieci anni, non potrei vivere
senza la pasta italiana, i pelati, e altro. In genere su quattro
italiani che tentano l’espatrio tre tornano indietro».
A prescindere dall’esito, reputa facile fare il primo passo?
«Da un certo punto di vista direi di sì: basta fare la valigia, mettere
in tasca la carta di credito, un po’ di soldi, il passaporto; e via. A
seconda del paese le cose possono essere facili o difficili. La realtà
però non é sempre così rosea».
Perché il Brasile, ultimamente, é diventato di moda, tra i nostri
connazionali, anche per avviare iniziative imprenditoriali?
«E` un paese grande che offre una diversità di paesaggi, fauna, flora,
climi e microeconomie per tutti i gusti. Il costo della vita è ancora
molto basso. Ci sono poi la musica e il calore delle persone. Questo fa
del Brasile un posto dove si desidera vivere. C’é poi l’apparente
facilità con cui aprire un’attività. Insomma il Brasile è come la
caipirinha: un cocktail che in grandi dosi fa perdere la testa».
|
La copertina della "Guida per investire in
Brasile", di Giovanni Caporaso |
Quali sono problemi e inconvenienti più usuali che deve affrontare
chi intraprende questa sfida? Quali i rischi e le difficoltà da superare?
Possiamo imparare qualcosa dalla storia? Esiste ancora il razzismo verso
gli italiani che espatriano? Quali sono i nostri diritti e a chi
rivolgerci?
«Andiamo con ordine: il grande problema è la faciloneria e la mancanza
d’informazione. Noi italiani siamo grandi sponsor del “fai da te” e così
spesso chi faceva il muratore in Italia si improvvisa ristoratore, l’avvocato
diventa gestore di una pensione sul mare, il dottore apre un piccolo bar
per turisti. Nulla di più sbagliato. L’espatrio va pianificato, almeno
in gran parte. Gli statunitensi, meno creativi di noi, per abitudine
pianificano tutto, fino al più piccolo dettaglio, ma alla fine si
trovano meglio. La pianificazione economica è essenziale. Se avete
trentamila euro, dovreste lasciarne diecimila a casa per ogni evenienza.
Diecimila li investite, e i restanti diecimila serviranno per avviare l’attività.
Il “fai da te” porta a prendere molte fregature. Poi, nei paesi in via
di sviluppo, esiste una burocrazia che è un vero e proprio costo. Ci
sono le leggi scritte, i regolamenti e le interpretazioni. Ciò che può
sembrare facile può diventare un vero e proprio incubo. Io consiglio tre
cose: pianificazione, pianificazione, pianificazione. In genere poi c’è
sempre una certa diffidenza verso l’espatriato. La domandina piena di
doppi sensi fatta un po’ da tutti é: “Ma perché te ne sei andato dall’Italia?”».
Però non bisogna generalizzare: nel sud del Brasile, per esempio,
certi inconvenienti piuttosto frequenti nel Nordeste non si verificano.
Non é cosí?
«É vero, ma perché mai trasferirsi in una copia, pur “brasilianizzata”,
dell`Europa? Il problema è che la maggior parte degli investitori non
cerca soltanto un’attività economica: cerca in generale un posto al
sole, qualcosa davanti al mare o nelle zone turistiche. Questo però è
come mettersi nella bocca del lupo. La maggior parte dei locali notturni
e dei ristoranti in zona turistica paga la protezione dell’una o dell’altra
autorità; e davanti al mare in teoria non c`è nulla di permesso».
Detta così sembra che lei voglia scoraggiare il grande passo verso il
Brasile.
«Non è così. Voglio soltanto chiarire che qui, forse più che altrove, è
necessaria la pianificazione. Il mio consiglio è quindi di ricercare su
Internet, su siti specializzati, forum, liste di discussione, anche se
purtroppo su questi strumenti vi sono molti perditempo o persone che
parlando per sentito dire si sentono degli esperti. In ogni caso
ascoltare varie opinioni non fa mai male. Non solo in Brasile, ma un po’
ovunque, gli espatriati hanno problemi d’inserimento. Per questo la mia
societá, la “OffshoreWorld.org”, giá presente in Brasile, ha fondato una
casa editrice specializzata, la “ExpatsEbooks.com”, che pubblica, in
varie lingue, guide e libri elettronici, scritti da espatriati per
espatriati. Il vantaggio degli e-book è che si possono aggiornare
continuamente. Quindi il lettore, a differenza dei libri su carta, ha
una visione sempre attualizzata. Chiunque sappia scrivere bene e in
forma chiara può scrivere e-book per noi. Nelle nostre guide si trovano
i dati ufficiali del paese, corretti e rivisti dalle esperienze
personali. Il costo medio dei libri elettronici è di ventuno euro, un
prezzo più che ragionevole, date le ricerche fatte per ogni titolo».
Quali sono i vantaggi che offre il più grande paese sudamericano a
chi vuol mollare tutto ed iniziare - lontano da casa - una nuova
attività economica?
«Clima, economia stabile, protezione degli investimenti stranieri, una
lingua facile da imparare e una cultura simile alla nostra».
La sua guida dedica grande spazio ai cosiddetti “falsi miti”.
«A tutti noi è capitato almeno una volta di vedere documentari sulle
città brasiliane ove è messo in luce solo il numero di rapine e d’aggressioni,
si dà risalto alle famose “favelas” e si diffondono “falsi miti”,
definendo il Brasile uno dei paesi tra i più pericolosi, poveri e
sporchi al mondo; e anche quando si descrivono le ciclopiche feste
organizzate per il Carnevale, dopo alcuni secondi di immagini colorate e
festose si passa a raccontare il bollettino di guerra delle morti. Il
problema principale è che non spiegano il perché di queste morti e non
le confrontano con una giornata normale in una grande città come, ad
esempio, Roma; dove é normale che ci siano diverse decine di morti al
giorno. In una città come Salvador de Bahia, in un Carnevale con quattro
milioni di persone che festeggiano per sette giorni e sette notti,
quattro vittime, peraltro tutte brasiliane, non rientrano nella media
delle morti d’una grande città? Il Brasile sta facendo grandi sforzi per
migliorare la propria immagine internazionale. Il governo è sotto
pressione per gli squadroni della morte, ossia i poliziotti che uccidono
i presunti criminali».
In definitiva a chi consiglierebbe d’intraprendere questa avventura
che non pare delle più semplici? Quanto consiglia di investire? Con
quanto denaro si può vivere, o sopravvivere, in Brasile?
«Consiglierei di fare le valigie ai pensionati e a tutti coloro che
hanno un capitale di almeno centomila euro (la legge ne richiede circa
quarantamila per ottenere la residenza). Con pochi soldi il rischio di
perdere tutto è enorme. Ovviamente dipende dalle capacità personali e da
come si voglia vivere. Se siete disposti a vivere in una “favela” e a
mangiare riso e fagioli ve la caverete benissimo; se invece volete avere
un’auto, una casa decente e cibo all’italiana, allora la vita non è poi
così a buon mercato. L’auto è considerata un bene di lusso e la benzina
costa come in Italia; un po’ meno, a dire il vero, ma ha una resa
inferiore del quaranta per cento, quindi alla fine... Poi c’é il
capitolo delle multe: passare col semaforo rosso, tanto per fare un
esempio, può costare mezzo “salário mínimo”. In conclusione le persone a
cui consiglio di più il Brasile sono i pensionati o coloro che possono
vivere di rendita. Qui con mille euro al mese si vive benino e con
questi soldi ci si possono permettere cose che in Italia non si
potrebbero fare. Inoltre i visti di permanenza per pensionati sono
facili da ottenere».
Quali sono i settori su cui puntare, perché in ascesa o magari perché
meno rischiosi?
«Forse sono un po’ estremista, ma secondo me il Brasile è un paradiso
soltanto per vivere di rendita o fare investimenti immobiliari. Per
lavorare qui serve capacità professionale e una buona dose di pazienza e
di pelo sullo stomaco. Gli investimenti immobiliari li dividerei in tre
categorie. A breve termine, diciamo un anno, vanno bene gli investimenti
in città, come immobili da ristrutturare o acquistati in prevendita (sulla
carta). Qualsiasi capitale, in questo caso, è interessante. A medio
termine, sui due o tre anni, penserei a una pousada, cioè una pensione,
a terreni “vista mare”, o a lottizzazioni nel Nordeste. A lungo termine,
vale a dire tra i cinque e i dieci anni, punterei su immobili in aree
remote: in generale ad oltre cento chilometri da un aeroporto
internazionale o nella regione amazzonica».
Come si ottiene il cosiddetto “permesso di residenza”? Quali sono i
meccanismi per il suo rilascio?
«Questo é il tema più scottante per chi desidera investire o
semplicemente risiedere in Brasile. Il fatto di avere proprietà o quote
di società brasiliane non dà diritto alla residenza. Non é permesso
permanere come turista più di 180 giorni, durante i dodici mesi che
decorrono dalla prima entrata. Ciò significa che se siete rimasti in
Brasile da giugno a dicembre, dovrete aspettare giugno dell’anno
successivo per rientrare. Alcuni trucchetti, tipo cambiare il passaporto,
funzionano se si entra da frontiere terrestri, ma possono creare
problemi se successivamente si pensa di richiedere il permesso di
residenza. Inoltre, analizzate bene il fattore residenza a livello
fiscale, in quanto in teoria si é tassati anche sui guadagni provenienti
dall’estero, a meno che non sia possibile applicare i trattati sulla
doppia imposizione».
La normativa per la concessione del visto come imprenditore é stata
di recente
modificata. Adesso un investimento di cinquantamila dollari può
consentire di soggiornare in Brasile per molto tempo. Giudica ciò una
buona notizia per gli aspiranti investitori?
«Certamente la risoluzione 60 dell’ottobre 2004 ha modificato
radicalmente la legislazione sul rilascio del visto come investitore
straniero: adesso é appunto sufficiente un investimento iniziale di
cinquantamila dollari, da impiegare per la costituzione d’una nuova
azienda o per la capitalizzazione di una già esistente».
A certe condizioni possono andare bene anche investimenti meno
consistenti...
«Sì, è possibile ottenere il visto anche con investimenti inferiori alla
somma citata: lo straniero deve però presentare un progetto per la
creazione di almeno dieci posti di lavoro in cinque anni. Vale la pena
sottolineare che gli investimenti inferiori a cinquantamila dollari non
sono regolati dalla legge ordinaria: per cui se non avete un buon
avvocato potete scordarvi l’agognato visto. Meglio, nel caso, farsi
prestare i soldi per integrare i cinquantamila, e poi rispedirli al
mittente, in sordina, una volta ottenuto il visto, dopo circa tre mesi
di attesa burocratica».
Esistono comunque anche altre modalità per poter soggiornare a lungo
e legalmente in Brasile. Pensiamo al ricongiungimento familiare - quindi
all’esistenza di figli brasiliani - e al matrimonio.
«Esistono oltre quaranta tipi di visti di permanenza differenti, anche
se pochi avvocati lo sanno. Tra questi ve ne sono alcuni di tipo
amministrativo, ovvero a discrezione del funzionario, ad esempio quello
per “convivenza”, che può riguardare anche persone dello stesso sesso.
Anche qui un buon avvocato è necessario. Voglio sottolineare l’esistenza
degli oltre quaranta tipi di visti perché incontro spesso persone che mi
dicono: “mi sposo per prendere il visto”».
É il fenomeno, non proprio marginale, dei matrimoni fittizi o
simulati, quelli volti esclusivamente all’ottenimento del permesso di
residenza.
«Questa é la più grande stupidaggine che si possa fare. Darete dei soldi
ad una ragazza, non riuscirete ad ottenere il visto perché la Polizia
federale vi tormenterà - lo fa anche se il matrimonio non é fittizio - e
poi dovrete pagare per l`annullamento o il divorzio».
Tuttavia c’é anche chi s’innamora realmente...
«Certo. Se siete innamorati per davvero vi consiglio assolutamente, per
garantire i vostri beni, di stipulare un valido contratto
prematrimoniale; non quelli standard del “cartorio”, ossia lo studio
notarile brasiliano. Se possibile, presentate la richiesta del visto in
Italia, ci vorranno tre mesi contro i possibili tre anni del Brasile».
Per dare il via a un’attività economica in Brasile é necessario
essere residenti?
«No, non è necessario: basterà presentare la copia del passaporto
tradotta da un traduttore giurato e il cpf (“cadastro de pessoas
físicas”, qualcosa di analogo al codice fiscale brasiliano). Per
iniziare un’attività é necessario costituire una ditta; questa può
essere “individual”, “limitada”, quella che in certi casi può optare per
la dichiarazione “simple” e pagare un cinque per cento sulle entrate,
oppure può trattarsi d’una “sociedade anônima”. Quest’ultima non ha
nulla di anonimo, ma é una vera e propria spa. Pensateci bene prima d’aprire
una piccola azienda: secondo il Sebrae, l’entità che dà assistenza alle
piccole imprese, bisogna adempiere a 55 obblighi per entrare in funzione,
41 per funzionare normalmente e undici per chiudere. E sono questi
ultimi i più “rognosi”».
Come fanno i brasiliani a difendersi dalla burocrazia? Sono tutti
costretti a vivere gomito a gomito con avvocati e commercialisti? Si
dice che il Brasile sia il Paese del “jeitinho”, ossia l’idea che la
legge vada “dribblata”, anziché rispettata o sfidata.
«Effettivamente molti ricorrono al “jetinho”, che possiamo tradurre come
“soluzione alla napoletana”, ma senza offesa per i napoletani che in
questo sono bravissimi. Quindi prima di buttarvi sull’apertura del
ristorantino, cyber café, e altro, informatevi bene, da un
commercialista, su quali siano le migliori opzioni. C’é da dire che il
governo é cosciente di tutto questo e giacciono in parlamento vari
progetti di legge al riguardo. La ditta “individual” é molto pericolosa
perché il patrimonio personale di ognuno risponde per eventuali debiti
dell’attività; cosa che non succede nella “limitada”, ove la
responsabilità d’ogni socio é appunto limitata alla sua quota azionaria.
Quando si costituisce una società, va fatta attenzione al contratto
sociale, che in genere tende a favorire il socio brasiliano. Una cosa
che non vi verrà mai detta in consolato o dalle autorità locali è che,
per operare in Brasile, é possibile usare una società estera (anche
offshore, per garantire l’anonimità dei soci). Potrá impiegarsi un
ufficio di rappresentanza in caso di operazioni d’investimento, oppure
una succursale, in caso di attività commerciale diretta al pubblico.
L’uso di una società estera vi permetterà, se desiderato, di non
apparire e di gestirla più facilmente, specie in caso di chiusura o
vendita. È importante precisare che l’uso della società estera non è
volto ad evadere le tasse, che dovranno essere versate allo stesso
modo».
Come definirebbe la tassazione in Brasile? Secondo lei in Brasile si
pagano troppe tasse, come molti sono convinti avvenga in Italia?
«Il Brasile è un po’ come l`Italia di trenta anni fa: molte leggi e
nessuno che le applica. Come ho detto prima però il Paese sta
recentemente tentando di “rifarsi la faccia”, e ora chi non paga le
tasse comincia a cadere nelle reti della “finanza” locale. Gli stranieri
sono tra i primi, ma tutto dipende dall`attività svolta. Il problema
però è che un dieci per cento della popolazione che paga le tasse deve
sostenere l`altro novanta per cento che vive di sussidi o di lavoro nero».
Ci sembra di leggere, tra le righe, una forte critica alla politica
sociale dell’attuale amministrazione Lula.
«La politica populista del presidente Lula porterà lo Stato ad una
grande crisi o a una fuga di capitali. Se il governo non inizia a fare
una campagna sul controllo delle nascite (e ne dubito perché è
impopolare), il Paese non riuscirà mai a crescere».
Quasi tutti gli indicatori macroeconomici però descrivono un’economia
in crescita e una solidità finanziaria a cui mai, da queste parti, si
era assistito.
«La forte crescita del Brasile si è concretizzata, negli ultimi mesi,
solo grazie a un contesto internazionale favorevole, caratterizzato sia
dalle elevate quotazioni dei prezzi dei prodotti agricoli di base, sia
dalla crescente domanda di acciaio, di cui il paese è forte esportatore.
Il buon momento economico e i commenti positivi degli organismi
internazionali hanno favorito un significativo rafforzamento del real su
dollaro ed euro; in entrambi i casi superiore al venti per cento. Il
citato apprezzamento della valuta nazionale e la politica di alti tassi
d’interesse hanno però fortemente preoccupato gli ambienti
imprenditoriali. Che business permette di pagare il trenta per cento
all`anno di interessi? Gli effetti del real iperquotato si sono già
manifestati, sull’economia brasiliana, nel primo semestre di quest’anno,
con un rallentamento della crescita; ma il quadro economico generale
rimane tuttavia positivo. Non bisogna però farsi ingannare dalle
statistiche: infatti la crescita è dovuta al migliore sfruttamento delle
risorse naturali e minerali. Il Brasile ha raggiunto l’autosufficienza a
livello di combustibili, ma visto che la benzina costa come in Italia, a
chi serve tutto ciò se non al governo che ne intasca le imposte?».
Torniamo al sistema impositivo brasiliano. Si sente dire che il fisco
locale tassa anche i redditi percepiti all’estero. É vero?
«Sì, il sistema di tassazione locale è a base “mondialmente diffusa”,
ovvero se siete residenti in Brasile e avete un reddito all’estero
sarete tassati anche su quello. L’aliquota dell’imposta sul reddito
delle persone giuridiche, sul profitto reale, é del quindici per cento.
Sulla parte degli utili che supera i 67mila euro annui, o i 17mila per
trimestre, è applicata un’aliquota addizionale del dieci per cento. Le
persone giuridiche sono inoltre assoggettate a una imposta municipale
sul reddito, le cui aliquote variano considerevolmente da un comune all’altro.
Le piccole imprese possono optare per la tassazione semplificata, nella
misura del cinque per cento delle entrate. Le persone fisiche che
possiedono un reddito mensile superiore a 297 euro sono soggette ad un’imposta
sul reddito progressiva, le cui aliquote variano dal quindici al 27,5
per cento. Ricordiamo poi l’esenzione fino a un certo limite minimo di
entrate. L’invio di valori all’estero è inoltre soggetto a una imposta
che varia dal quindici al venticinque per cento».
Esiste però un accordo internazionale finalizzato a evitare il
fenomeno della doppia imposizione.
«Sì, per questo motivo, ma soprattutto per prevenire le evasioni fiscali
in materia di imposte sul reddito, Italia e Brasile hanno firmato un
accordo, entrato in vigore nell’81: questo si applica alle persone
fisiche e giuridiche residenti nei due Paesi, qualunque sia il sistema
di prelievo. In Brasile la convenzione si applica, in buona sostanza,
all’imposta federale sul reddito; é esclusa quindi l’imposta sulle
rimesse eccedenti e sulle attività di minore importanza. In Italia si
applica alle imposte sui redditi delle persone fisiche e giuridiche ed
all’imposta locale sui redditi, ancorché riscosse mediante ritenuta alla
fonte. Tuttavia il problema principale non sono le tasse ma le piccole
imposte, le multe e gli interessi, che a causa della burocrazia sono
ricorrenti».
Il settore degli investimenti finanziari pare molto allettante, visto
che in certi casi l´interesse che si ottiene su base annua sfiora il
quindici per cento. Cosa ne pensa?
«Che ho visto molta gente perdere soldi in Brasile o in Repubblica
dominicana, per esempio, a causa dell`inflazione. L’economia brasiliana
appare stabile, ma io non scommetterei che vi rimanga anche in futuro,
ad esempio tra due anni. Il mercato dei cambi è controllato e i rischi
sono sempre grandi. Io non lo faccio, ma se dovessi investire in banca
non metterei più del dieci per cento del mio capitale».
Per depositare i propri risparmi in una banca brasiliana viene
richiesta la prova della “residenza” in loco. Si deve però essere
effettivamente residenti in Brasile?
«Ecco un altro dei “grandi miti”: dire che il non residente non può
avere un conto in banca. Il problema è che le banche non amano aprire
conti agli stranieri e trovano mille difficoltà. No, per legge e
avendone i requisiti, anche un turista può aprire un conto bancario in
Brasile. Tra l’altro nella guida sono pubblicati i regolamenti che lo
permettono. Si può fare in una settimana e bisogna presentare, oltre al
codice fiscale brasiliano, ossia il già citato cpf, la cosiddetta “prova
di residenza”: questa può consistere in una bolletta di luce, acqua o
telefono oppure in un contratto d’affitto registrato. Ovviamente ci
vorranno anche la copia e l’originale del passaporto e del formulario d’entrata
e uscita. Questi sono i documenti richiesti anche per acquistare una
macchina ed intestarsela. Per l’acquisto di immobili o quote azionarie
di una società bastano il cpf e il passaporto».
Ricordato che il Brasile non fa parte della “lista nera” dei paradisi
fiscali – é stato anzi incluso nella “lista bianca” degli stati con
legislazione “idonea” -, come giudica la politica del governo Lula
contro il riciclaggio del denaro sporco? É effettivamente così dura come
si dice?
«Io la trovo allucinante perché equipara l’investimento di soldi
provenienti, ad esempio, da un’evasione fiscale a quelli prodotti dal
narcotraffico. Se si volesse appropriarsi dei beni di uno straniero,
basterebbe incriminarlo per riciclaggio: i suoi beni sarebbero
sequestrati e - prima di potersi giustificare dimostrando la propria
innocenza - gli stessi sarebbero così deteriorati che non varrebbero più
nulla. Oggi in Brasile, specie se stranieri, si è colpevoli fino a che
non si prova d’essere innocenti. Inoltre qualunque giudice autorizza
facilmente l’apertura del “segreto bancario”. Penso che il governo Lula
abbia perso il senso della realtà e non si renda conto che certe leggi
sono facilmente usabili per abusi. Sono convinto che quando si parla di
qualcosa si debba dare il giusto peso alle parole: per cui investire
soldi sottratti al fisco non può essere riciclaggio»
|
© Copyright
Musibrasil 2005-2007. Tutti i diritti riservati. Todos os direitos
reservados
testata giornalistica registrata il 23.1.2002 presso il tribunale di
Como
direttore responsabile:
Fabio Germinario
ufficio marketing: Antonio
Forni
grafica e programmazione: Raoni
Guerra
editore: "Rete Musibrasil" - Casella postale 420 - 22100 Como (Italia)
redazione: Tel. - fax: +39.031.300394 -
redazione@musibrasil.net |
|